vergognavano: la loro primaria preoccupazione in quella circostanza non era occuparsi delle mie
condizioni fisiche e psicologiche, ma arginare lo scandalo che poteva scoppiare in seguito al disonore
della figlia.Loro, infatti, avevano soprattutto paura che la gente parlasse male, spettegolasse su quello
che mi era successo, invece di difendere con amore la loro figlia, poco più che bambina, vittima di
una violenza.Non facevano che ripetermi che ciò che era accaduto era solo colpa mia; per cui
oltre alla violenza fisica si aggiungeva quella psicologica e morale della mia famiglia, che ha
continuato a ricoprirmi per anni di sensi colpa che non avrei dovuto avere, fino a convincere anche
me di essere io la peccatrice, quella che aveva sbagliato e che avrebbe dovuto soltanto pagare in
silenzio le conseguenze dei suoi atti impuri. La solitudine e l’incomprensione sono state amare
compagne di una tredicenne sfortunata che aveva su di sé il peso della vergogna per aver perso la sua
innocenza, non per scelta e nemmeno per amore, mentre il vero colpevole e vigliacco autore ne era
uscito subito indenne, scagionato da una società retrograda e maschilista, una società col culto
dell’onore, dell’apparenza, dell’omertà e della vergogna.Non ho avuto un minimo sostegno da parte
dei miei genitori e di nessun membro del resto della famiglia; non potevo sfogarmi con nessuno,
nemmeno con un’amica, infatti, con gli altri non ne potevo parlare perché indotta dalla situazione
al silenzio più assoluto. Mi sono ritrovata così completamente sola, abbandonata a me stessa con le mie
paure, le mie angosce e le mie sofferenze.
Dopo 5 mesi e mezzo dal fatto, mi sono resa conto che aspettavo
un bambino.Credimi piccola mia, io ne fui così felice che la prima reazione fu pensare: “Ora non sarò
più sola, c’è il mio bimbo con me!”; ti giuro di averti amata profondamente da subito, piccola creatura
innocente come me, che ti portavo in grembo.Era il mio, il nostro piccolo, grande dolce segreto.
Non l’ho detto subito ai miei genitori perché avevo una paura terribile delle loro reazioni punitive,
ma inevitabilmente loro hanno scoperto la mia gravidanza a 7 mesi, quando i segni erano ormai
tangibili sul mio corpo. Mia madre non voleva credere all’evidenza e quindi, per accertarsi,
mi portò in clinica a farmi visitare. Quando la dottoressa le confermò che ero incinta, lei impallidì
in volto dallo sgomento. Un’ infermiera, che aveva assistito alla reazione di mia madre e aveva capito
cosa fosse successo, si avvicinò a lei dicendole: “Signora, non si preoccupi: se la sua famiglia non vuole
questa creatura, io conosco persone per bene che potranno occuparsi della bambina, dandovi in
ricompensa pure 3 milioni di lire”.Mia madre rimase silenziosamente calma, stava già prendendo in
considerazione le parole dell’infermiera, mentre io nel sentire un consiglio così crudele e assurdo, mi
ribellai disperatamente con tutta la forza che avevo; io non avrei mai potuto accettare una cosa del
genere! Ero io che dovevo avere voce in capitolo, non gli altri, ero io la mamma di quella creatura,
la tua mamma. Quando siamo rientrati a casa, alla notizia che io fossi realmente incinta, mio padre
si alterò come una bestia con me, per fortuna mia nonna mi difese dalle sue botte, altrimenti credo
che mi avrebbe ammazzata. Decisero immediatamente di nascondere la loro figlia poco di buono e
peccatrice in un istituto per ragazze madri. Ero già in istituto, quando la sera del 5 gennaio mi sono
sentita male, così mi hanno accompagnata all’ospedale civico di Palermo, da dove telefonicamente
hanno avvisato mia madre del mio forte malore, ma lei non si è affatto scomodata a venire di sera in
ospedale per starmi vicina, dicendo che sarebbe venuta la mattina dopo con calma. In quell’istante
mi sono sentita sola come un cane abbandonato, non potrei renderti diversamente il mio stato
d’animo; ero davvero sola, schiacciata da una situazione più grande di me. Sei nata la mattina del
6 gennaio, da un parto cesareo. Credo proprio di avere avuto qualche complicazione, perché quando
mi sono svegliata sentivo a malapena un litro di sangue scorrere lentamente nelle mie vene, e mia
madre non era ancora arrivata. Ti ho partorito nella più completa solitudine. Non appena lei è
arrivata in ospedale, le ho chiesto di andarti a prendere e portarti da me, ancora non sapevo se eri
un maschietto o una femminuccia e fremevo dalla voglia di vederti e stringerti a me. Mia madre uscì
dalla stanza, per tornare subito dopo a mani vuote e dire freddamente che l’infermiera non voleva
che io vedessi e toccassi il mio bambino. Non potevo accettarlo, ho avuto una crisi isterica,
gridando e minacciando di portarmi subito la mia bambina, altrimenti mi sarei strappata tutte le
flebo ed il resto che avevo addosso.
Finalmente ti hanno portata da me, dalla tua piccola mamma.
Come eri bella, che dico, eri bellissima e quanti capelli neri che avevi sulla tua graziosa testolina!
Indossavi un bel pigiamino giallo, eri il mio dolce pulcino ed io ero felice con te tra le mie braccia;
queste sono immagini che io non potrò mai cancellare dalla mia mente, sono marchiate a fuoco per
sempre. Il giorno dopo ti ho rivista e ti ho ricoperta di baci, avevo voglia di mangiarti, non avrei mai
immaginato che quelli erano gli ultimi baci che ti davo, perché il 7 gennaio è stata l’ultima volta
che ti ho vista, dopo di che ti hanno fatto sparire nel nulla e nessuno da allora mi ha mai voluto dire
dove sei finita, con chi, se stai bene.
Ti hanno strappato dal mio petto e nessuno ha avuto pietà delle
lacrime d’una piccola mamma. Da quel giorno ho sofferto tutte le pene del mondo. A 13 anni conoscevo
già tutte le sofferenze: lo stupro, il dolore fisico, la violenza psicologica, la perdita di un figlio,
l’abbandono dei miei genitori, la solitudine, il non avere diritti, etc. Il giorno 6 febbraio esco da quel
istituto per entrare in un altro istituto. La suora che si occupava di noi vedendomi sempre triste a
piangere, una volta mi domandò il perché di tutto questo dolore. Le risposi che avevo perduto la mia
bambina, lei si prese a cuore la mia situazione e per aiutarmi mi volle accompagnare al tribunale dei
minorenni.
Il giudice A. M. mi ha ricevuto nel suo ufficio ma da sola, lì ho spiegato che i miei genitori mi avevano
tolto la mia bambina e che io volevo assolutamente recuperarla, perché non era stato giusto che loro
avessero deciso per me. Mi promise che avrebbe fatto il necessario per farmi riabbracciare mia figlia,
ma ad una condizione: avrei dovuto proseguire le scuole ed aspettare un anno. Io gli Chiesi: “Perché
proprio un anno?” mi fu risposto che era solo il tempo per sbrigare le pratiche ed i documenti burocratici.
A quell’epoca per me un giudice era una persona di fiducia,come non credere alla parola di un’autorità?
E invece proprio sulla mia speranza e sulla mia buona fede sono stata tradita ed ingannata, perché dopo
aver atteso un anno, quando sono tornata a chiedere di te,
mi comunicò: “Mi dispiace ragazzina, ma la
tua bambina è stata adottata”. Il mondo mi è crollato addosso in quel preciso istante, sono diventata
una pazza, gli sarei saltata addosso per ucciderlo, ma per fortuna o purtroppo, due carabinieri sono
intervenuti in suo aiuto e mi hanno buttata fuori dal tribunale, senza nessun’altra spiegazione e senza
comprensione alcuna. Quando sono rientrata in istituto ho tentato di tagliarmi le vene, ero troppo
fragile e depressa, ma il buon Dio non mi ha voluto con sé quella volta, mi sono salvata e da allora ho
giurato di non riprovarci mai più, perché se io morissi, nessuno ti potrebbe mai raccontare la nostra
storia e non ci potremmo mai più vedere, infatti, io vivo con la speranza quotidiana che tu un giorno
possa scoprire la verità e conoscermi, vedere la tua mamma.Un giorno mio padre venne a farmi visita
in collegio, gli domandai in ginocchio di dirmi dov’eri. Lo sai cosa mi rispose? “VEDRAI CHE UN
GIORNO TI SPOSERAI E AVRAI ALTRI FIGLI E CHE DIMENTICHERAI QUELLA TUA PRIMA FIGLIA”,
come se l’amore per gli altri figli potesse “rimpiazzare” completamente quello per un’altra creatura
nata allo stesso modo dal mio grembo! Erano tutte bugie e non puoi immaginare come ancora oggi,
io possa odiare mio padre con tutta me stessa, mentre in un certo senso ho quasi perdonato mia madre,
che ha sempre avuto paura di suo marito e delle sue bastonate, se si fosse ribellata al suo volere.
In certi momenti mi sento colpevole per averti perduta, mi sembra di non avere lottato abbastanza,
forse perché ero troppo piccola, perché non ho potuto o saputo impormi, anche se in quel momento
ho fatto tutto quello che potevo. Devi saperlo dalla mia voce che io non ti ho MAI abbandonata,
ma se tu credi che è comunque colpa mia, ti prego di perdonami e non abbandonarmi tu stavolta,
dammi la possibilità di parlarti. Ho aspettato con ansia i miei 18 anni per scappare via dalla mia
vita da incubo in Italia e sono andata a vivere in Belgio, dove sono nata.Oggi sono più serena,
vivo in campagna con mio marito con cui sono sposata da 16 anni e ho avuto altri 3 altri figli.
Mi piacerebbe tanto farti conoscere i tuoi fratelli, al più grande parlo di te e lui mi sta vicino.
Vi amo tutti quattro più della mia stessa vita e allo stesso modo, anche se non ho avuto la
possibilità di crescerti, vorrei tanto darti un volto.Ti abbraccio forte, forte.La tua mamma,
che non ti ha mai cancellata dalla sua vita.
In Italia non si da l'opportunita' ad un BAMBINO adottato,di CONOSCERE LE PROPRIE ORIGINI SE NON SI E' STATI RICONOSCIUTI ALLA NASCITA. L'ANONIMATO DELLA MADRE DOPO IL PARTO CONSENTIVA DI GARANTIRE AL BAMBINO LE CURE DELLO STATO E L'ADOZIONE IN TEMPI BREVI IN SITUAZIONI DI DISPERAZIONE E DISAGIO.
DOPO TANTI ANNI LE SITUAZIONI CAMBIANO, L'ANONIMATO NON HA PIU' SENSO. L'ADULTO VUOLE DECIDERE SU CIO' CHE LO RIGUARDA, CHE IN PASSATO ALTRI HANNO DECISO PER LUI. GRAZIE
NEMMENO SE I GENITORI ADOTTIVI SONO D'ACCORDO VIENE CONCESSO. OGGI MOLTI GENITORI ADOTTIVI INTELLIGENTI SANNO CHE LA SCOPERTA DELLE ORIGINI NON TOGLIE L'AFFETTO DEL FIGLIO PER LORO, ANZI, GLI SONO VICINI E VOGLIONO CHE ABBIA LA SERENITA' COMPLETA RICOMPONENDO IL PUZZLE DI QUEL PROFONDO PEZZO DI IDENTITA'.
AIUTATECI A DIVULGARE IL TEMA STAMPANDO QUESTO TESTO E LASCIANDO LE COPIE NEL VOSTRO LUOGO DI LAVORO, IN UNIVERSITA', ETC.; COPIANDOLO E INOLTRANDOLO PER E- MAIL AI VOSTRI AMICI, PARLANDONE.
LA SOCIETA', tutti noi, siamo il motore dei cambiamenti e la voce della giustizia.
CONOSCERE LE PROPRIE ORIGINI E' UN DIRITTO UMANO PER TUTTI. ERSITA', ETC.; COPIANDOLO E INOLTRANDOLO PER E- MAIL AI VOSTRI AMICI, PARLANDONE.
LA SOCIETA', tutti noi, siamo il motore dei cambiamenti e la voce della giustizia.
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GRAZIE